3 anni fa

Salerno e il suo Vento d’Estate

Ci sono periodi dell’anno in cui Salerno sembra starti addosso con la leggerezza del vento e l’estate è uno di questi periodi.

Capita che una mattina tu debba attraversare il centro storico e ti senta sfiorare da persone che si spostano in fretta per lavoro o altre commissioni oppure da persone che si muovono lente, incuriosite, perché sono appena sbarcate da una nave da crociera e, dopo essere state accolte da quel piccolo gioiello di architettura contemporanea che è la Stazione Marittima di Zaha Hadid, stanno scoprendo una città che da pochi anni si sta aprendo con nuovo spirito al turismo.

Capita che in quel momento tu decida, per gioco, di osservare la città come un turista, di osservarla nella luce accecante del sole di agosto, un sole che è faticoso da sopportare e che ti costringe a cercare quei piccoli spazi d’ombra ai margini della strada senza marciapiedi del quartiere antico, quella strada che è facile attraversare da un lato all’altro e che è un teatro di persone, di portoni che si aprono improvvisamente, di botteghe aperte, di vicoli che si incrociano e ti fanno vedere panni stesi, ti fanno sentire odori e suoni diversi, ti fanno intuire vite nuove.

Alzi lo sguardo e cogli la rete urbana del centro storico, con palazzi che celano dentro di sé altri palazzi, altre case, in quel gioco di stratificazione architettonica che Salerno si è inventata nei secoli per resistere alle alluvioni, alle rovine e alla scarsità di spazi che la natura gli ha concesso, chiusa com’è, Salerno, tra la collina ed il mare.

Arrivato a largo Sedile del Campo attraversi la piazza all’ombra dell’architettura maestosa di Palazzo Genovese e ti fermi a guardare la fontana vanvitelliana, traendo, nell’ora calda, un gradito giovamento dall’acqua che zampilla dai delfini di metallo e si dipana tra il muschio e il capelvenere. Prendi via Dogana Vecchia e lì va meglio, i palazzi alti fanno ombra sulla strada. Arrivi al largo San Pietro a Corte chiuso tra Palazzo Fruscione e la chiesa di San Pietro a Corte lì sull’alta scala con il suo ipogeo dietro il cancello che vedi di fronte.

Sei arrivato nel cuore antico di Salerno, qui è nato tutto, è questo il nucleo che ha segnato il patrimonio genetico della città, è in questo luogo che Salerno ha identificato il suo cuore longobardo ed ha fatto sviluppare il suo sguardo contemporaneo. Passi davanti Palazzo Fruscione, giri per il vicolo dei Barbuti, buttando lo sguardo dietro la grande finestra che si apre al piano terra del Palazzo e che lascia vedere il pavimento mosaicato delle terme romane su cui trova solide fondamenta l’attuale edificio. Continui lungo un percorso che a tratti è strettissimo, fino a sbucare all’antico Largo dei Barbuti, dove di sera, da agosto fino a settembre si svolge il Barbuti Festival con un ricco calendario di spettacoli e concerti.

Prosegui per via Siconolfo (nel centro storico le strade hanno i nomi austeri e fantasiosi di personaggi longobardi che con le loro storie e le loro leggende noi qui abbiamo imparato a conoscere fin da bambini) e sbuchi poco sopra Palazzo D’Avossa, in via delle Botteghelle. Puoi fermarti a mangiare uno stuzzichino da Botteghelle 65, che una volta era una salumeria, oggi è un luogo dove fare un’esperienza formativa nel gusto e nella cucina.

Da lì arrivi al Duomo di San Matteo, dove dietro la facciata si cela il meraviglioso quadriportico con il campanile arabo normanno. Decidi di raggiungere via Mercanti, ma prima puoi goderti la chiesa di San Giorgio, massimo esempio del barocco in città, con i suoi stucchi dorati, le tele dei Solimena, padre e figlio, e il pavimento che, aperto, svela i resti dell’antica chiesa medievale.

Riprendi via Mercanti, l’arteria principale del centro storico, e passi davanti alla Pasticceria Pantaleone. Qui devi fermarti. Non puoi dire di essere stato a Salerno se non hai mangiato almeno una fetta della mitica “scazzetta” di Pantaleone (una torta con le fragole, ricoperta di glassa alla fragola che le conferisce quel colore simile al copricapo dei cardinali).

Continui su via Mercanti, il caldo è insistente, ma a tratti vieni raggiunto da una brezza fresca e salmastra che, insinuandosi tra i vicoli del centro storico, ti raggiunge, ti regala un sollievo e ti ricorda che a pochi metri, dietro quei palazzi, c’è lui, il mare, una presenza essenziale per Salerno e per la gente di questa città, una presenza costante in ogni stagione. Il mare che è “la porta verde della chiesa” come cantava il poeta Alfonso Gatto, che era di Salerno e a cui Salerno è legatissima, per significare che il mare si apre alla trascendenza e al misterioso significato della vita.
Due ragazzi ti passano accanto in scooter, facendo slalom tra la gente, e ti riportano giù con i pensieri, sulla strada nera di basalto che stai percorrendo. Ora sei davanti a Palazzo Pinto, superi la porticina di vetro e ti si svela il cortile interno con lo spettacolare Arco Catalano, più avanti si apre il cortile d’ingresso del palazzo con la scala laterale che porta su alla Pinacoteca Provinciale con la sua ricca collezione d’arte. Di fronte a palazzo Pinto puoi fermarti a riposare sulla panca decorata in ceramica, che cinge l’antica chiesetta di San Gregorio, oggi trasformata nel Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana.

Continui la tua passeggiata, superi la Chiesa del Santissimo Crocifisso e dopo poco arrivi in Piazza Sedile di Portanova, inondata dal sole e con il corso Vittorio Emanuele che ti si apre davanti con i suoi negozi ed i suoi bar.

Decidi di proseguire verso il mare e, superata via Roma, eccoti di fronte al vivace Lungomare Trieste, lo splendido giardino lungo 1,5 km che arriva fino a Piazza della Concordia, dove per tutta l’estate, fino a settembre, si svolge “L’Arena del Mare”, con un fitto calendario di musica, teatro, cinema e danza. Attraversi i viali alberati e arrivi fino alla balaustra sul mare. Davanti ti si apre tutto il Golfo di Salerno, quell’abbraccio sul Mediterraneo che da Punta Licosa, attraverso Paestum, arriva fino alla Costiera Amalfitana.

Rimani lì, a confonderti tra la gente che corre, va in bicicletta o semplicemente sta lì, all’ombra delle tamerici e dei pini d’Aleppo, a sentirsi sulla pelle il vento che dal mare entra in città, regala sollievo, quel “vento che pare l’anima”, come canta il poeta di Salerno.

Scritto da Michelangelo De Leo

40 anni avvocato Appassionato d'arte, di mare e di cioccolato. Collaboro con Artplace perchè è un modo nuovo per spingere le persone a muoversi e perchè è uno strumento pratico per far conoscere i luoghi che mi stanno più a cuore.